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Diritto di cronaca: gogna moderna.

 

In questi giorni di forti polemiche e grandi e oscuri interrogativi che mobilitano l’Italia, in questi giorni di dibattiti e indagini sulla società del Bel Paese che gronda sangue giovane, in questi giorni di Tg e salotti televisivi che scavano fra blog e armi del delitto alla ricerca di un colpevole, alla ricerca di una risposta alle cause di uno sfacelo mitizzato della gioventù , dedita alla violenza e alla droga, annoiata e intrappolata nella rete, accusata di terrorismo (sportivo) e omicidi agghiaccianti; in questi giorni di accese accuse nei confronti di pseudo-problemi esistenziali che inducono a comportamenti inaccettabili e incomprensibili si cerca giustizia, si chiede giustizia e si proclama giustizia. Una gran bella parola, un termine che richiama tanti altri favolosi concetti, valori di uguaglianza, libertà, integrazione, rispetto, serietà.

Si invoca una giustizia esaustiva anche dal punto di vista delle domande, non solo delle condanne, si chiedono risposte che approdino alla radice, alla base di un malessere ingigantito dai media, dai salotti , dai Tg, dai migliaia di benpensanti che con la loro retorica annunciano un cambiamento inspiegabile di prospettive del mondo di oggi, che ricavano conseguenze da cause tra loro incompatibili.

In questi giorni sembra di assistere in diretta alla preparazione di una macedonia dai sapori discordanti. In un unico piatto vengono spezzettati e conditi ingredienti dissonanti, ma quell’unico piatto ci viene offerto continuamente e presentato come buono, come digeribile. Non è così. Ci sono bocconi che non vanno deglutititi ad occhi chiusi. Bisogna distinguere. Bisogna leggere l’etichetta con attenzione. Bisogna scindere le cause dagli effetti, vi sono elementi che non necessariamente vanno accordati e tirati fuori insieme per trovare una risposta corretta.

Da giorni sto assistendo con rammarico e con indignazione a un processo mediatico prematuro e ingiusto, in cui i salotti sono diventati aule di tribunale e in cui giornalisti e conduttori, in veste di inquirenti stanno costruendo spettacoli raccapriccianti sulla vita di persone che ormai hanno, per forza di cose, smesso di vivere. Che giustizia è una giustizia in cui prima ancora di accertare il colpevole già viene emessa la condanna? Dove è finito il principio ( tra l’altro “garantito” dalla legge) della privacy, del rispetto dell’intimità di un essere umano? Come si può permettere che il processo mediatico inghiotta e mastichi le vite di persone, di giovani persone che a prescindere dalla loro colpevolezza, a prescindere da un accertamento giudiziale sono già state marchiate con la A scarlatta di “Assassini”?

Oltre ad essere del parere che l’influenza mediatica, che l’interferenza a scopo pubblicitario e consumistico, siano d’intralcio al vero procedere delle indagini ufficiali ( sempre se ancora hanno un loro valore), credo si tratti di vere macchine distruttrici , che macinano vite e speranze di salvezza, che in un unico impasto emettono giudizi inappropriati, tratti da argomentazioni che talvolta sfiorano il ridicolo.

I fatti di cronaca di questi giorni, tra loro vari, per quanto gravi e degni di dibattito e di riflessione, non possono diventare merce della tv, che li usa a suo piacimento senza alcun limite. Quei “dotti” riscalda poltrone e sputa sentenze dovrebbero guardarsi allo specchio e chiedersi in modo onesto se credono davvero giusto giocare con la vita della gente. Dovrebbero provare a ragionare seriamente sul valore di alcune affermazioni avvelenate e spesso stupide con le quali cercano di farsi belli o di guadagnare semplicemente un gettone di presenza.

Assisto inerme alla disgregazione di una società che sembra in guerra, da un lato i difensori dei principi morali, i salottieri e i professionisti, gli psicologi e i massmediologi, dall’altro lato tutti gli altri, che da un giorno all’altro possono trasformarsi in vittime o in mostri, possono diventare oggetto di televendita, possono essere i protagonisti involontari della giostra delle notizie, le vittime di una gogna moderna.

I giovani di oggi vengono inquisiti e analizzati come cavie da laboratorio, vengono scrutati per capire il perché l’Italia si macchi di simili delitti, di simili comportamenti degni di vergogna. Però i metodi di studio sono ingiusti ed efferati, le prove vengono versate tutte nella stessa provetta; nello stesso calderone si mescolano gli eterogenei cancri della società. La violenza e la droga, gli immigrati e i tifosi armati, la solitudine e la precarietà sono davvero tutti drastici causa-effetto dello stesso tanto proclamato malessere?

Forse si, ma forse è meglio distinguere con attenzione, distillare ogni rapporto e ogni motivo, forse è più giusto scavare al fondo con metodi razionali e intelligenti, con metodi che non prescindano la realtà dei fatti e della storia. Questa apparente barriera che separa il mondo dei giovani violenti e insoddisfatti da quello degli adulti esterrefatti ed esemplari non è poi così netta. Siamo tutti il prodotto di uno stesso meccanismo, fatto di storia, di progresso e di cultura. Noi giovani siamo i figli di una generazione passata ma ancora presente, tanto diversa quanto identica a quella nuova di cui siamo parte. Cambiano le modalità, cambiano gli approcci, cambiano le cose per forza di cose, ma il succo è quello.

Non si può guardare bendati ed impauriti ad un presente diverso dal passato e ad un futuro incerto. Sono le regole del progresso a gestire tutto, a intervenire sulla psicologia e le azioni delle genti che popolano un epoca. Se oggi si fanno cose che prima non si facevano è solo perché prima non vi era la possibilità di farle e viceversa. E non dico questo esclusivamente in termini positivi. Esistono tanti mali oggi, ma come esistevano cinquantanni fa. È cambiata l’estrinsecazione della negatività, ma la sua energia base resta identica.

È quindi inutile accusare, idolatrare o condannare al rogo qualcosa basandosi su una conoscenza approssimativa, basandosi su una eco urlata dagli altoparlanti di televisioni tritarifiuti e sazie di malsana ignoranza.

Un vero fatto di cronaca, quale un assassinio, è costituito da elementi fondamentali ma spesso dimenticati: prima di tutto è un fatto, che ha delle persone e non dei personaggi come soggetti, attivi o passivi, quali vittime o carnefici; inoltre si fonda su degli affetti, su dei rapporti, su delle vite che sono per natura uniche, irripetibili e per questo in ogni caso degne di tutela, di rispetto e a volte di silenzio.

Che la giustizia, quella vera, o per lo meno quella che più in questo mondo si avvicina a quella vera, faccia il suo corso. Che gli uomini siano indotti a vivere liberamente, educati a non commettere errori e sottoposti ad un vero processo (libero da infiltrazioni esterne) nel caso tali errori li commettano.

I gialli lasciamoli sugli scaffali delle librerie, i dibattiti facciamoli su argomenti atti al dibattito, le vite e le storie ad esse strettamente collegate lasciamole in pace, lasciamole in mano a chi di dovere, non diamole in pasto al mercato, salviamole dalla macchina costruisci casi nazionali per il diletto di spettatori guardoni e giustizieri, che al posto di gustare un buon libro o un buon film (frutto di fantasia) sono indotti a criticare avidamente e macabramente, dimenticando i sani dettami della coscienza, la vita di chi diventa prodotto e merce dei mass media, dei giornali, delle televisioni, oggi più che mai fra i più grandi cancri di questa nostra cara società.

Pubblicato il 17/11/2007 alle 12.5 nella rubrica Diario.

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